Dollaro ancora forte contro le majors, EurUsd torna sotto 1,12, Petrolio a 90 dollari mentre sui titoli di Stato le tensioni sembrano allentarsi con gli spread tra i titoli a breve e titoli lunghi in salita. Prepariamoci ad una settimana tecnica con pochissimi dati macro rilevanti.
EurUsd sotto 1,12. Dollaro "Troppo Forte"
Forte ribasso per EurUsd che prosegue la sua dinamica ribassista sulla scia di una negativitá confermata con la chiusura del mese di settembre. A livello tecnico i livelli di guardia dai quali potremmo vedere una reazione al rialzo sono quelli all'interno della fascia di prezzi tra 1,11 e 1,12, livelli che il mercato batte in pre-market in area 1,1180. Difficile vedere una reazione nell'immediato, il mercato forex é molto importante in termini di peso, pertanto le reazioni si fanno attendere in quanto il mercato prende molto tempo per strutturare un movimento contro-trend. Questo ribasso viene attribuito alla poca stabilitá politica in Francia, al rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato e al rischio stagflazione derivante dal rialzo fortissimo dell'inflazione, quest'ultimo dato derivante dalla lettura preliminare Eurostat di venerdí con un'inflazione nell'eurozona al 3,8%. Il movimento tecnico che vediamo su EurUsd si é strutturato nel corso degli scorsi mesi, EurUsd viene venduto da area 1,18 da giugno 2025, il movimento attuale é puramente tecnico e in netta controtendenza con quello che vediamo su un'altra major importantissima, UsdJpy che al momento comanda di fatto l'andamento di tutto il forex a lungo termine. In questa situazione dobbiamo dare molto peso a quello che succede sui prezzi, al momento la dinamica é ribassista ed é necessario un test dei livelli tra 1,11 e 1,12 con dei possibili movimenti sporchi anche sotto 1,11. Un dollaro forte non é un bene per il sistema finanziario in questo momento in quanto si andrebbe ad aumentare il valore reale del debito a lungo termine con conseguenze pesanti sul commercio internazionale che andrebbe a pesare in modo incidente sul livello di inflazione generale molto alto su scala globale.
Titoli di Stato: Spread tra i benchmark in aumento
Titoli di Stato con rendimenti in aumento nel corso delle scorse settimane, livelli molto alti che risultano allettanti a lungo termine considerando soprattutto l'inflazione target al 2% delle relative banche centrali. In questo contesto é importante osservare l'andamento degli spread tra i benchmark a 2 e 10 anni che indicano sostanzialmente come le curve dei rendimenti si stanno muovendo e come le banche centrali potrebbero muoversi a breve termine. Vediamo infatti uno spread tra il 2 e il 10 anni Usa che ritorna a ridosso dei 45 bps, livelli piú alti rispetto ai recenti 18 bps visti nel mese di settembre. La curva dei rendimenti sta ritornando a livelli "normali", come se avesse aggiustato le pendenze adeguandole agli attuali livelli di inflazione e questo lo vediamo anche su altri titoli di Stato come quelli italiani che rivedono un spread tra le stesse scadenze ritornare a 105 bps dopo aver toccato gli 84bps a giugno. In sostanza le curve si stanno normalizzando, i titoli di Stato come quelli italiani hanno di fronte il problema dell'inflazione che va ad erodere i rendimenti a breve, infatti il differenziale tra rendimento del Btp a 2 anni e l'inflazione italiana si colloca a -64 bps, ossia l'inflazione mangia uno 0,64% sul rendimento del Btp a 2 anni. Il mercato potrebbe attendere un ritorno al ribasso dell'inflazione con queste condizioni per poi rivedere gli spread tornare verso l'alto in modo deciso segnando la fine di questo percorso di rialzo dei tassi di interesse da parte delle banche centrali.
Aspettative tassi BCE e FED ferme
Con i rendimenti dei titoli di Stato in salita, Bce e Fed vedono sul mercato uno stop del rialzo dei tassi. Secondo gli strumenti che misurano le probabilitá di rialzo dei tassi, la Fed vede una probabilitá del 82% di tassi fermi, la Bce 87%, questo perché un ulteriore rialzo dei tassi andrebbe a destabilizzare un mercato dei titoli di Stato che rende giá molto rispetto al target di inflazione a lungo termine. In sostanza il mercato ha giá le condizioni di un clima a tassi alti, le banche centrali non possono alzare ulteriormente i tassi altrimenti alimenterebbero una condizione economica alquanto precaria dovuta all'inflazione esogena prima scatenata con i dazi Usa poi con il rialzo del prezzo del petrolio.
Petrolio e Azionario Tech sotto la lente
Il petrolio WTI é a 90 dollari al barile, i minimi di settembre a 86 dollari rappresentano il primo test importantissimo per il petrolio in quanto una violazione di tale livello potrebbe portare le quotazioni su livelli piú bassi e far abbassare drasticamente l'inflazione, condizione che renderebbe assolutamente inutili i rialzi dei tassi attuali, rialzi pagati da imprese e consumatori sotto forma di produttivitá e consumi inflazionati. Nel corso di questa e delle prossime settimane, il petrolio potrebbe tornare protagonista di dinamiche di prezzo molto interessanti. Sull'azionario gli occhi sono puntati sugli indici ad alta componente tecnologica, quindi Nasdaq (anche S&P500) e Nikkei. Questi indici stanno cercando di rialzare la testa ma il mercato azionario in linea generale ha girato in negativo nel mese di settembre con delle chiusure mensili eloquenti dal punto di vista tecnico. In sostanza, il mercato azionario, ad esclusione degli indici tech, sta girando in negativo e questa tendenza potrebbe essere confermata in questo mese e nel corso di tutto l'ultimo quarter dell'anno.
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