I dati sull’inflazione cinese di maggio hanno evidenziato una divergenza ancora più marcata tra l’aumento delle pressioni sui costi a livello dei produttori e il limitato potere di determinazione dei prezzi sul fronte dei consumatori. Ciò rafforza l’immagine di un’economia che sta uscendo da un periodo di deflazione, ma che non è ancora entrata in una fase di crescita sana trainata dalla domanda interna.
- L’inflazione dei prezzi alla produzione (PPI) è accelerata al 3,9% su base annua, rispetto al 2,8% di aprile, raggiungendo il livello più elevato da luglio 2022. L’aumento è stato determinato principalmente dal rialzo dei prezzi dell’energia, dei metalli e dei componenti legati all’intelligenza artificiale.
- L’inflazione dei prezzi al consumo (CPI), invece, è cresciuta solo dell’1,2% su base annua, invariata rispetto ad aprile ma inferiore al consenso di mercato dell’1,3%.
- L’inflazione core è rallentata all’1,1%, rispetto all’1,2% registrato il mese precedente. Il messaggio principale per i mercati è che la Cina sta attualmente affrontando un’inflazione trainata dai costi, piuttosto che una crescita generalizzata dei prezzi sostenuta dalla domanda.
Per gli investitori, il segnale più importante è l’ampliamento del divario tra PPI e CPI, che indica una crescente pressione sui margini delle imprese cinesi. Le aziende stanno pagando di più per carburanti, elettricità, metalli non ferrosi, semiconduttori e componenti elettronici, mentre la debolezza della domanda interna e l’intensa concorrenza limitano la loro capacità di trasferire questi maggiori costi ai consumatori finali.
Anche i prezzi alimentari hanno continuato a frenare l’inflazione al consumo: i prezzi della carne suina sono diminuiti di circa il 16% su base annua, riducendo l’inflazione CPI di circa 0,3 punti percentuali. Al contrario, gli aumenti più significativi dei prezzi sono stati registrati nei settori legati alle tendenze globali, tra cui carburanti, apparecchiature per telecomunicazioni, elettronica e metalli, riflettendo l’impatto del conflitto in Medio Oriente e del boom degli investimenti legato all’intelligenza artificiale.
La reazione dei mercati è stata prudente, ma tutt’altro che allarmata. Lo yuan cinese ha restituito parte dei guadagni registrati in precedenza nei confronti del dollaro statunitense dopo la pubblicazione dei dati, mentre il rendimento del titolo di Stato cinese a 10 anni è rimasto stabile intorno all’1,7%.
I dati potrebbero fornire sostegno ad alcuni settori selezionati legati all’intelligenza artificiale, all’elettronica e alle materie prime. Risultano invece meno favorevoli per il mercato azionario cinese nel suo complesso, dove la pressione sui margini aziendali e la debolezza della domanda delle famiglie continuano a rappresentare ostacoli significativi.

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