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14:11 · 13 febbraio 2026

⏬L'EURUSD si indebolisce in vista dell'indice dei prezzi al consumo

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Aspettative di mercato: l’ostacolo di gennaio

Gli investitori si preparano ai dati sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) di gennaio, con il consenso che prevede un rallentamento dell’inflazione headline al 2,5% a/a, in calo rispetto al 2,7% di dicembre. Su base mensile, i prezzi sono attesi in aumento dello 0,3%, in linea con il ritmo del mese precedente. Il Core CPI—la misura preferita dalla Federal Reserve, che esclude i costi volatili di cibo ed energia—è previsto rimanere ostinatamente resiliente al 2,5% (leggermente in calo dal 2,6%), con un aumento mensile dello 0,3%.

Le previsioni istituzionali, tuttavia, mostrano una divergenza crescente. Gli analisti di Goldman Sachs tendono a prevedere un dato headline più ottimista del 2,4%, pur avvertendo che le pressioni legate ai dazi su abbigliamento, tempo libero e attrezzature domestiche potrebbero spingere il dato al rialzo. Al contrario, i modelli quantitativi di realtà come XTech Macro suggeriscono un rallentamento più marcato, al 2,3% per l’headline e al 2,4% per il core.

Sebbene gli inflation swaps prezzino attualmente un risultato allineato al consenso del 2,5–2,6%, va notato che questi stessi indicatori avevano sottovalutato significativamente i dati di dicembre. Se gli swaps dovessero funzionare come indicatore anticipatore, un dato nella forchetta 2,2–2,3% resta una possibilità di rischio estremo (tail risk).

Gli swap sul CPI indicano che l’inflazione potrebbe continuare a scendere, anche al di sotto del consenso di mercato attuale. Fonte: Bloomberg Finance LP

La visione strutturale: persistono i servizi “sticky”

Oltre ai numeri headline, la narrazione macroeconomica più ampia resta focalizzata sull’inflazione “supercore”—i servizi escluso l’abitativo. Questa componente, strettamente legata a un mercato del lavoro teso, si è storicamente dimostrata resistente alle forze deflazionistiche.

Guardando al resto del 2026, le prospettive istituzionali per un ritorno al target del 2% sono divergenti:

  • Morningstar prevede un’inflazione media del 2,7%, citando un possibile “tariff bump”.

  • Nomura si aspetta che il core PCE si stabilizzi intorno al 2,5% entro fine anno.

  • La ricerca accademica suggerisce un tasso core di base del 2,7%, sostenendo che un movimento sostenuto sotto il 2% sia improbabile senza un raffreddamento più marcato della crescita salariale.

  • Goldman Sachs resta l’eccezione, con un orientamento più dovish, prevedendo un core PCE tra 2,1–2,2% entro la fine del 2026.

Il messaggio per i policymaker è complesso. Sebbene il calo dei prezzi del carburante e il raffreddamento della domanda di beni dovrebbero ridurre il dato headline, la persistenza dell’inflazione nel settore dei servizi—in particolare nel tempo libero—suggerisce che l’“ultimo miglio” della disinflazione rimane arduo. Per la Fed, un dato headline del 2,5% potrebbe sembrare positivo, ma se i componenti dei servizi restano instabili, il sollievo sarebbe limitato.

Il dilemma della Fed: tra Powell e Warsh

L’inflazione rimane l’arbitro finale per una Fed che si confronta con un mercato del lavoro ambiguo. Nonostante un report non-farm payrolls (NFP) robusto, i dati granulari suggeriscono fragilità sottostanti. Ad oggi, il “dot plot” di dicembre indicava solo un taglio dei tassi per l’anno.

La transizione politica e di leadership complica ulteriormente il quadro. Il mandato di Jay Powell si conclude ad aprile, e le comunicazioni di gennaio hanno mantenuto un tono risoluto, se non hawkish. Tuttavia, i mercati futures e le principali istituzioni finanziarie stanno già prezzando due tagli per il 2026, scenario considerato possibile sotto la presunta leadership di Kevin Warsh, a patto che l’inflazione non acceleri nuovamente.

Per permettere alla Fed di intraprendere il dovish pivot richiesto dall’amministrazione Trump, l’economia richiederebbe probabilmente un catalizzatore più significativo: o un crollo del prezzo del petrolio verso i 50$, o una reale frattura del mercato del lavoro innescata dalla volatilità del dollaro o da una correzione profonda a Wall Street.

Mercati valutari: il dollaro trova stabilità

EURUSD è sceso verso il livello 1,1860, disaccoppiandosi dal continuo calo dei Treasury yields. La forza attuale del dollaro sembra legata al sentiment risk-off, seguito da un forte ritracciamento delle azioni USA e dalla ripresa del linguaggio protezionista della Casa Bianca riguardo ai tariffi commerciali.

Da un punto di vista tecnico, la coppia resta vulnerabile. Se la discesa di Wall Street dovesse approfondirsi, un ritorno verso 1,1800 appare probabile. Tuttavia, un CPI “Goldilocks” nella forchetta 2,2–2,4% potrebbe fungere da catalizzatore per un rimbalzo, poiché riaccenderebbe le scommesse di mercato su un taglio dei tassi non solo in aprile, ma forse già a marzo.

 

 

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