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10:39 · 7 aprile 2026

Grafico del giorno: OIL (07.04.2026)

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Il petrolio greggio resta l’asset chiave di questa settimana e ogni titolo proveniente dal Medio Oriente innesca immediatamente forti oscillazioni dei prezzi. Il WTI si avvicina a 116 $/barile, il livello più alto dell’ultimo mese, mentre il contratto Brent di giugno ha superato quota 111 $. Saudi Aramco ha fissato il prezzo ufficiale di vendita dell’Arab Light per l’Asia a un premio record di 19,50 $ sopra il benchmark Oman/Dubai, rispetto ai soli 2,50 $ di un mese fa. Oggi alle 12:00 GMT (mercoledì, ore 3:00 polacche) scade un’altra delle “deadline finali” di Trump per l’Iran riguardo allo Stretto di Hormuz. Minaccia di distruggere le infrastrutture energetiche e di trasporto del Paese, anche se allo stesso tempo dichiara che i colloqui “stanno andando bene”. Il Wall Street Journal riporta che Washington sta pianificando attivamente attacchi di precisione contro le infrastrutture energetiche iraniane e Israele ha approvato liste di obiettivi aggiornate come piano di emergenza, mantenendo il mercato in stato di massima allerta. A peggiorare il sentiment contribuisce anche un attacco missilistico contro il centro petrolchimico saudita di Jubail, strutture responsabili di circa il 7% del PIL saudita, anche se il sistema di difesa missilistico di Riyadh è riuscito a intercettare tutti e sette i missili balistici.

Il quadro fondamentale, tuttavia, resta più complesso di quanto suggeriscano i prezzi. Negli ultimi giorni sono transitate nello Stretto di Hormuz più navi che in qualsiasi altro momento dall’inizio del conflitto, grazie ad accordi bilaterali tra Iran e India, Pakistan, Cina, Filippine e Malesia, anche se restano poco chiari i dettagli relativi alle assicurazioni delle navi e ai termini di tali intese. Il petrolio reagisce a queste notizie con una volatilità molto inferiore rispetto a pochi giorni fa, poiché il mercato è entrato in una zona di forte offerta e sta gradualmente prezzando la possibilità di una riapertura parziale della rotta. OPEC+ ha concordato nella riunione del fine settimana di aumentare la produzione di 206.000 barili al giorno a maggio, ma solo dopo la riapertura dello Stretto, il che limita il potenziale rialzista dei prezzi in uno scenario di de-escalation. Anche la Russia, alle prese con attacchi ucraini alle proprie infrastrutture petrolifere, resta un fattore chiave sul lato dell’offerta, così come il fatto che Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno già ridotto significativamente i volumi di produzione. Tutti gli occhi sono puntati su Washington e Teheran questa notte — il mercato resta ostaggio di un singolo tweet che riassuma la questione della “deadline” mediatica.

Tutte e tre le principali medie mobili — la EMA a 50 giorni, la EMA a 100 giorni e la EMA a 200 giorni — restano concentrate nell’area 74–79 $, il che significa che il prezzo attuale viene scambiato con un premio superiore al 45% rispetto alle medie di lungo periodo, una deviazione estrema rispetto alla norma storica. L’RSI(14) si trova addirittura a 86,67 — un livello di ipercomprato che supera chiaramente i picchi dell’RSI del 2022. In questo momento, tuttavia, le tensioni legate all’esito incerto dei colloqui tra Stati Uniti e Iran non consentono una riduzione della pressione della domanda sulla commodity.

Fonte: xStation

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