I prezzi del petrolio sono tornati a registrare forti ribassi in reazione alle dichiarazioni di Donald Trump.
In primo luogo, Trump ha annullato gli attacchi contro l'Iran che erano previsti per la scorsa notte. In secondo luogo, ha affermato che un accordo con l'Iran è sostanzialmente definito e potrebbe essere firmato in Europa nel prossimo futuro.
Di conseguenza, il prezzo del greggio Brent è sceso sotto i 90 dollari al barile, mentre, dopo il rollover dei contratti futures sul WTI, le quotazioni indicano un livello inferiore agli 85 dollari al barile.

Escludendo l'impatto dei rollover dei contratti futures, i prezzi del petrolio risultano già solo del 25% superiori rispetto ai livelli registrati all'inizio del conflitto.
Le situazioni osservate nel 1990 e nel 2022 suggeriscono la possibilità di ulteriori ribassi. Tuttavia, è importante ricordare che lo Stretto di Hormuz rimane ancora chiuso.
Fonte: Bloomberg Finance LP, XTB
Effetto déjà vu, oppure prudenza prima di tutto
Sebbene la reazione dei prezzi sia stata molto marcata, la storia suggerisce di mantenere una notevole cautela. Vale la pena ricordare alcuni fatti concreti:
Promesse già sentite in passato
Il presidente americano ha affermato decine di volte che un accordo con l'Iran fosse imminente, ma finora nessuna di queste dichiarazioni si è concretizzata.
Inoltre, nonostante i tentativi di normalizzazione, il numero di navi che attraversano lo Stretto di Hormuz è diminuito persino rispetto ai livelli osservati durante le effettive operazioni militari.
Scetticismo da parte iraniana
Teheran sta sostanzialmente raffreddando l'entusiasmo generato dalle dichiarazioni americane, affermando che non sono ancora state raggiunte conclusioni definitive.
Le agenzie di stampa locali riferiscono inoltre che il testo dell'accordo non ha ancora ricevuto l'approvazione ufficiale.
Secondo le indiscrezioni, il potenziale accordo assumerebbe la forma di un memorandum d'intesa che prevederebbe, tra l'altro:
- un cessate il fuoco di 60 giorni;
- la revoca del blocco navale;
- la ripresa dei colloqui sul programma nucleare iraniano.
In sostanza, nonostante l'ottimismo dei mercati e il calo del petrolio, permangono numerose incognite e l'effettiva realizzazione dell'accordo resta ancora da confermare.

Come si può osservare, ad aprile e marzo sono transitate attraverso lo Stretto di Hormuz più navi rispetto a oggi, anche se va sottolineato che una parte significativa di esse potrebbe provenire dall’Iran.
Fonte: Bloomberg Finance LP, XTB
Il mercato crede nel compromesso: spread e curva in calo
Nonostante tutto, gli investitori sembrano in questa fase credere fortemente in uno scenario positivo. Secondo diverse voci provenienti da Wall Street, sta crescendo la convinzione che entrambe le parti abbiano semplicemente troppo da perdere in caso di fallimento dei negoziati, e che una rottura totale dei colloqui non sia più percepita come lo scenario più probabile.
Alla luce di queste indicazioni, si sta osservando un comportamento tipico sui mercati futures, coerente con una de-escalation:
Appiattimento della curva forward
Il mercato sta rapidamente rimuovendo il premio di rischio bellico dai prezzi, il che spinge al ribasso i contratti più vicini e rende più piatta l’intera struttura a termine.
Calo degli spread calendariali
La prospettiva di una prossima riapertura dello Stretto di Hormuz senza ulteriori costi aggiuntivi riduce le preoccupazioni sulla disponibilità immediata della materia prima. Il premio per la consegna immediata (backwardation) sta diminuendo bruscamente, insieme alla forte correzione delle scadenze più vicine di luglio e agosto.

Gli spread sono tornati ai livelli registrati all’inizio del conflitto.
Fonte: Bloomberg Finance LP, XTB
Ostacoli tecnici e fisici
È importante ricordare che, anche nel caso in cui i documenti vengano firmati, il ritorno a una piena normalità fisica richiederà mesi.
Inoltre, la riapertura effettiva dello stretto comporta il rischio di una nuova escalation nel caso in cui le tensioni tra le parti dovessero riaccendersi.
A ciò si aggiungono ulteriori difficoltà operative: la necessità di rimuovere le mine nello Stretto di Hormuz, riparare le infrastrutture energetiche danneggiate dagli attacchi con droni e il tempo necessario per ripristinare la produzione sospesa rappresentano tutti fattori critici.
È interessante notare che questo processo di de-escalation si sovrappone a un mercato spot molto teso. Le scorte stanno chiaramente diminuendo: sebbene a livello globale restino su livelli elevati, in alcune aree — come Singapore o persino il terminal di Cushing — i livelli sono estremamente bassi e indicano potenziali problemi nelle prossime settimane qualora le consegne regolari non venissero ripristinate.

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